Questa domenica parteciperò con convinzione al “Surf Paddle Out”, l’iniziativa promossa dalle associazioni, dalle scuole di formazione e dagli operatori del settore. Perché, come ci hanno ricordato in questi mesi, i loro diritti non si mettono al bando.
L’appuntamento è alle ore 11:00 al Pontile di Ostia, in Piazza dei Ravennati.
Conosco chi pratica questi sport, il loro equilibrio con la natura, la parte gioiosa di queste discipline e il rispetto per l’ambiente che è innato nella loro cultura. La loro non è una protesta urlata. È una richiesta di aiuto che nessuno dovrebbe ignorare.
L’assenza di una disciplina nazionale chiara rispetto alla pratica di questi sport acquatici — che ricordo essere anche sport olimpici — deve trovare spazio nel Piano di Utilizzazione degli Arenili di Roma Capitale, che a breve arriverà in Aula Giulio Cesare.
Chiedono rispetto per lo sport e per chi ogni giorno investe tempo, competenze e sacrifici in queste attività. È assurdo che una start-up sportiva sia legata mani e piedi a un subaffitto deciso anno per anno da un concessionario balneare. Loro non sono imprese balneari sono imprenditori dello sport.
Perché, a differenza di molte altre discipline sportive, i loro impianti esistono già: sono la sabbia e il mare. Infrastrutture naturali che rendono questi sport tra i più sostenibili che esistano, con un impatto ambientale praticamente nullo.
Slegare il loro futuro dalle concessioni balneari e immaginare spazi esterni fronte mare dedicati allo sport è una proposta di buon senso.
Parliamo di risorse umane, capacità collettive e talenti che vanno salvaguardati. Parliamo di giovani a cui dobbiamo dare risposte concrete.
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